Il Ventennio fascista vide in Italia la nascita di molti bordelli a case chiuse, che rappresentavano a tutti gli effetti un vero e proprio luogo di incontro e svago delle intrepide generazioni in camicia nera. Sono molte le testimonianze che ricordano l’abitualità di questo fenomeno, descrivendone nei dettagli modalità e aneddoti.

E’ noto, ad esempio, che il cliente dovesse versare alla maitresse il suo obolo, pagando in anticipo la prestazione, ricevendo un gettone da consegnare una volta in camera alla ragazza scelta. Alla fine della giornata, ogni ragazza percepiva il proprio compenso in base ai gettoni raccolti. Il regime spronava i giovani italiani a mantenere ‘ritmi gagliardi’, nella vita come sotto le lenzuola. Ecco quindi che le case chiuse del tempo vennero letteralmente prese d’assalto da uomini e ragazzi pronti a esaltare la propria virilità. Era vietato battere la fiacca.

All’interno del bordello, la consumazione non era obbligatoria, ma le ragazze invitavano con insistenza il cliente ad offrire loro qualcosa da bere. Ma i tempi delle chiacchiere e convenevoli duravano ben poco: le ragazze affollavano il locale vestite in maniera seducente, con abiti spesso prodotti da una sarta interna al bordello, che tesseva su commissione e indicazione della maitresse. Il cliente, una volta entrato, sceglieva in tempi rapidi la ragazza e con lei si appartava in intimità in una delle numerose ed accoglienti camere presenti nella struttura. 

Come per gli alberghi e strutture turistiche, a contare erano le stelle: si andava dalle pregiatissime case chiuse a quattro stelle, al servizio low cost di due. Con la diminuzione delle stelle, aumentavano di fatto età e stazza delle signorine presenti. Le giovani donzelle erano ritenute a tutti gli effetti delle professioniste, tanto che il regime richiedeva obbligatoriamente di svolgere un tirocinio per avere accesso al mestiere e poter garantire la giusta esperienza ai clienti. 

Il noto giornalista e scrittore Dino Buzzati, abitudinario frequentatore, così descrisse anni dopo le variegate prestazioni delle professioniste:”Non tutte quelle donne erano delle grandi artiste. La maggior parte si limitava a prestazioni affatto rozze o banali. Di tanto in tanto si incontravano però dei tipi che facevano addirittura trasecolare, oltre che per la bellezza, per il garbo, il magistero tecnico, la fantasia, l’intuito psicologico, la passione del mestiere, perfino la delicatezza d’animo Tutte qualità che oggi invano potete cercare sui marciapiedi, nei night e nelle case d’appuntamento senza, però, ritrovarle più”.

Un angolo di divertimento, spensieratezza ed inclusione sociale, che vide però ben presto la propria fine. Con la caduta del Regime, infatti, il dibattito sulla presenza delle case chiuse in Italia si inasprì notevolmente, fino alla battaglia della socialista Lina Merlin, che portò alla definitiva chiusura dei bordelli, nel 1958.“Non chiamatele prostitute; sono donne che amano male perché furono male amate”, disse per difendere e promuovere la sua legge. Si aprì così un nuovo infinito capitolo, ancora dibattuto, ma non ancora chiuso.